Avvocato ad Avellino, domande frequenti – De Stefano & Iacobacci

 Avvocato ad Avellino: le risposte alle domande più frequenti

Lo Studio De Stefano & Iacobacci Avvocati ha sede ad Avellino, in via Santissima Trinità n. 36. L’avv. Danilo Iacobacci, penalista cassazionista, e l’avv. Fabiola De Stefano, civilista cassazionista, assistono privati e imprese in diritto penale, diritto di famiglia, risarcimento danni e diritto civile. Qui trovi le risposte alle domande che ci vengono rivolte più spesso.

Quanto costa un avvocato?

Il compenso si concorda con il cliente. L’avvocato è tenuto a comunicare per iscritto la prevedibile misura del costo della prestazione: chiedi sempre un preventivo prima di iniziare.

Posso avere un avvocato gratis?

Sì, se il tuo reddito rientra nei limiti per il patrocinio a spese dello Stato: in quel caso il compenso dell’avvocato lo paga lo Stato. Leggi chi ne ha diritto e come fare domanda.

Ho ricevuto un atto penale: cosa devo fare?

Non ignorarlo e non presentarti dagli inquirenti senza difensore. Molti atti, come l’avviso di conclusione delle indagini, aprono termini brevi per difendersi: contatta subito un avvocato penalista.

Condannato, devo andare in carcere?

Non sempre. Per molte pene esistono alternative: messa alla prova, pene sostitutive, affidamento in prova ai servizi sociali. Dopo la condanna definitiva, spesso ci sono solo trenta giorni per chiederle. Leggi le alternative al carcere.

Entro quanto tempo devo presentare una querela?

Di regola entro tre mesi dal giorno in cui si è venuti a conoscenza del fatto. Per alcuni reati il termine è più lungo. Vittima di una truffa online? Ecco cosa fare subito.

Quanto dura una separazione?

Una separazione consensuale si chiude in genere in pochi mesi; una giudiziale può richiedere anni. Un buon accordo su casa, figli e mantenimento è il modo più rapido per chiudere. Leggi a chi resta la casa.

Fino a quando devo mantenere mio figlio maggiorenne?

Fino a quando non è economicamente indipendente, o finché non dipende da lui il fatto di non esserlo. Ma non si può smettere di pagare da soli: serve un provvedimento del giudice. Leggi l’approfondimento.

Posso ottenere l’affidamento esclusivo dei figli?

Solo quando l’affidamento all’altro genitore sarebbe contrario all’interesse del figlio, ad esempio in caso di violenza o di totale disinteresse. Leggi quando il giudice lo dispone.

Il convivente ha diritto all’eredità?

No, senza testamento il convivente non eredita. Ha però altri diritti, come quello di continuare ad abitare per un periodo nella casa comune. Leggi i diritti dei conviventi.

Ho subito un errore medico: posso chiedere il risarcimento?

Sì, se il danno dipende da una condotta sanitaria scorretta. Il primo passo è richiedere la cartella clinica; contro la struttura sanitaria il termine è di dieci anni. Leggi come si procede.

Mi hanno sequestrato dei beni senza una condanna: è possibile?

Sì, con le misure di prevenzione patrimoniali. I termini per difendersi sono molto brevi. Leggi come funzionano.

La mia piccola impresa ha bisogno del modello 231?

Non è obbligatorio, ma può evitare alla società sanzioni pesanti se un amministratore o un dipendente commette un reato, ad esempio in materia di sicurezza sul lavoro. Leggi l’approfondimento.

Come contattare lo studio

Studio De Stefano & Iacobacci Avvocati

via Santissima Trinità n. 36, Avellino.

· Ricevimento su appuntamento.

Modello 231, serve anche alla piccola impresa?

Modello 231: serve anche alla piccola impresa?

Anche una piccola società può essere chiamata a rispondere di un reato commesso da un amministratore o da un dipendente, con sanzioni che possono metterne a rischio la sopravvivenza. Lo prevede il decreto legislativo n. 231 del 2001. Adottare un modello organizzativo non è obbligatorio, ma è lo strumento che può evitare queste conseguenze.

Quando risponde la società

La società risponde quando un suo amministratore, dirigente o dipendente commette uno dei reati indicati dalla legge nell’interesse o a vantaggio dell’impresa. La responsabilità riguarda società di persone e di capitali, consorzi e associazioni; in genere non si applica alla ditta individuale.

Reati più vicini di quanto si pensi

L’elenco dei reati è cresciuto molto negli anni. Per una piccola o media impresa i rischi più concreti sono spesso questi:

  • infortuni sul lavoro: lesioni gravi o morte di un lavoratore per violazione delle norme di sicurezza;
  • reati tributari, come fatture per operazioni inesistenti o dichiarazioni fraudolente;
  • truffe nei finanziamenti pubblici, inclusi contributi, bonus e agevolazioni;
  • reati ambientali, ad esempio nella gestione dei rifiuti;
  • sfruttamento del lavoro;
  • corruzione, nei rapporti con la pubblica amministrazione.

Nel caso degli infortuni basta la colpa: non serve che qualcuno abbia voluto il reato.

Le sanzioni per la società

  • sanzioni pecuniarie, anche molto elevate;
  • confisca del profitto del reato;
  • sanzioni interdittive, come il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, l’esclusione da finanziamenti e contributi, la sospensione di licenze e autorizzazioni, fino all’interdizione dall’attività;
  • pubblicazione della sentenza.

Alcune di queste misure possono essere applicate già durante le indagini, come misure cautelari.

Come si protegge l’impresa

La società non risponde se dimostra di aver adottato ed efficacemente attuato, prima del reato, un modello di organizzazione e gestione idoneo a prevenirlo. Il modello deve comprendere:

  • l’analisi delle attività a rischio reato;
  • procedure e controlli specifici per quelle attività;
  • un organismo di vigilanza, che nelle piccole imprese può coincidere con l’organo dirigente;
  • un sistema disciplinare e canali per le segnalazioni interne (whistleblowing).

Un modello copiato da un formulario non basta: il giudice valuta se è costruito sulla realtà dell’azienda e se è applicato davvero.

Non solo difesa

Il modello 231 è sempre più richiesto nei rapporti commerciali: grandi committenti, stazioni appaltanti e istituti di credito lo considerano spesso un indice di affidabilità. Anche se adottato dopo un reato, può ridurre le sanzioni ed evitare quelle interdittive.

In sintesi

Per una piccola impresa il modello 231 non deve essere un apparato burocratico, ma uno strumento proporzionato ai rischi reali. Il primo passo è una valutazione delle aree più esposte, da fare con un legale che conosca il diritto penale d’impresa.

Lo Studio De Stefano & Iacobacci Avvocati, con sede ad Avellino in via Santissima Trinità n. 36, assiste imprese e amministratori nella prevenzione del rischio penale e nei procedimenti per la responsabilità degli enti.

Sequestro dei beni senza condanna, le misure di prevenzione patrimoniali

Sequestro dei beni senza condanna: le misure di prevenzione patrimoniali

Casa, conti, azienda e auto possono essere sequestrati e poi confiscati anche a chi non è mai stato condannato. Accade con le misure di prevenzione patrimoniali, disciplinate dal Codice antimafia (decreto legislativo n. 159 del 2011). Il nome trae in inganno: non riguardano solo le organizzazioni mafiose.

A chi si applicano

Le misure possono colpire due categorie di persone:

  • chi è indiziato di appartenere ad associazioni mafiose o di aver commesso alcuni reati gravi;
  • chi, sulla base di elementi concreti, si ritiene viva abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuose.

In questa seconda categoria rientrano spesso imprenditori e professionisti coinvolti in indagini per reati economici o tributari. Le misure possono estendersi anche ai beni intestati a familiari o a terzi, se il tribunale ritiene che siano in realtà nella disponibilità della persona proposta.

Sequestro e confisca: come funzionano

Il tribunale può disporre il sequestro dei beni quando il loro valore appare sproporzionato rispetto al reddito dichiarato o all’attività svolta, oppure quando ci sono indizi che siano frutto o reimpiego di attività illecite.

Segue la confisca, che rende il bene definitivamente dello Stato, se l’interessato non dimostra la provenienza lecita dei beni. Il sequestro perde efficacia se la confisca non viene disposta entro i termini fissati dalla legge.

Perché la difesa è decisiva

In questo procedimento la prova della provenienza dei beni grava, in larga parte, sull’interessato. Contano soprattutto:

  • la ricostruzione dei redditi familiari e delle entrate lecite, anno per anno;
  • il collegamento temporale tra gli acquisti e il periodo in cui si contesta la pericolosità: i beni acquistati prima o dopo quel periodo, di regola, non possono essere confiscati;
  • la documentazione di mutui, eredità, donazioni, vendite e finanziamenti.

Un elemento spesso sottovalutato: la legge esclude che si possa giustificare la provenienza dei beni con redditi sottratti al Fisco.

Chi può difendersi

Oltre alla persona proposta possono intervenire nel procedimento:

  • i familiari o i terzi che risultano proprietari dei beni;
  • i creditori in buona fede, ad esempio una banca che ha concesso un mutuo garantito sull’immobile.

I tempi sono stretti

Il procedimento si svolge davanti al Tribunale, sezione misure di prevenzione. Contro il decreto di confisca si può proporre appello alla Corte d’Appello entro dieci giorni, e poi ricorso in Cassazione per violazione di legge. Nei casi previsti dalla legge è possibile chiedere la revocazione anche dopo che la confisca è diventata definitiva.

In sintesi

Le misure di prevenzione colpiscono il patrimonio con regole diverse da quelle del processo penale e con termini molto brevi. Se hai ricevuto la notifica di un sequestro, o temi che un’indagine possa portare a una proposta di misura, è essenziale coinvolgere subito un difensore e un consulente in grado di ricostruire la storia patrimoniale della famiglia.

Lo Studio De Stefano & Iacobacci Avvocati, con sede ad Avellino in via Santissima Trinità n. 36, assiste persone fisiche, imprese e terzi interessati nei procedimenti di prevenzione personali e patrimoniali.

Avvocato gratuito, chi ha diritto al patrocinio a spese dello Stato

Avvocato gratuito: chi ha diritto al patrocinio a spese dello Stato

Chi ha un reddito basso può farsi assistere da un avvocato senza pagarlo: le spese legali sono a carico dello Stato. È il patrocinio a spese dello Stato, spesso chiamato “gratuito patrocinio”. Vale nelle cause civili, penali, amministrative e tributarie, e nella volontaria giurisdizione.

Il limite di reddito

Per il biennio 2025-2026 il limite è di 13.659,64 euro di reddito imponibile annuo, fissato dal decreto del Ministero della Giustizia del 22 aprile 2025. Si considera l’ultima dichiarazione dei redditi presentata.

Attenzione: di regola si sommano i redditi di tutti i familiari conviventi, non solo quelli del richiedente. Nel processo penale il limite aumenta di 1.032,91 euro per ogni familiare convivente.

Si conta solo il reddito personale quando la causa riguarda diritti della personalità, oppure quando gli interessi del richiedente sono in conflitto con quelli dei familiari con cui vive, come accade in molte separazioni.

Il limite è aggiornato ogni due anni: prima di presentare la domanda conviene verificare l’importo in vigore.

Quando il reddito non conta

Le vittime di alcuni reati gravi, come maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale e atti persecutori (stalking), possono essere ammesse al patrocinio anche se superano i limiti di reddito.

Come si presenta la domanda

  • Cause civili: la domanda si presenta al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati del luogo in cui ha sede il giudice competente. Il Consiglio verifica il reddito e che la pretesa non sia manifestamente infondata.
  • Processo penale: la domanda si presenta al giudice che procede, in qualunque fase.

Alla domanda si allega un’autocertificazione dei redditi. L’avvocato deve essere scelto tra quelli iscritti nell’apposito elenco del patrocinio a spese dello Stato.

Cosa copre e cosa no

Il patrocinio copre il compenso dell’avvocato, le spese di giustizia e, se necessario, il consulente tecnico di parte. L’avvocato che assiste un cliente ammesso al patrocinio non può chiedergli alcun compenso.

Nelle cause civili, però, chi perde può comunque essere condannato a pagare le spese legali della controparte. Il patrocinio, infatti, copre il proprio avvocato, non quello dell’avversario.

Attenzione alle dichiarazioni

Chi dichiara un reddito non veritiero rischia la revoca del beneficio, con l’obbligo di pagare tutto, e commette un reato. Se il reddito cambia nel corso della causa, la variazione va comunicata.

In sintesi

Il costo dell’avvocato non deve impedirti di difendere i tuoi diritti. Se pensi di rientrare nei limiti, un avvocato iscritto nell’elenco può aiutarti a verificare i requisiti e a presentare la domanda.

Lo Studio De Stefano & Iacobacci Avvocati, con sede ad Avellino in via Santissima Trinità n. 36, assiste anche clienti ammessi al patrocinio a spese dello Stato.

Condannato, devo andare in carcere? Le alternative previste dalla legge

Condannato: devo andare in carcere? Le alternative previste dalla legge

Una condanna penale non significa automaticamente andare in carcere. Per molti reati e per molte pene la legge prevede strade alternative, che si possono percorrere in tre momenti diversi: durante il processo, al momento della sentenza e dopo la condanna definitiva. Conoscerle in tempo fa spesso la differenza.

Durante il processo

  • Messa alla prova: per i reati puniti con pena massima fino a quattro anni, e per alcuni altri reati indicati dalla legge, l’imputato può chiedere di sospendere il processo e svolgere un programma con lavori di pubblica utilità e, quando possibile, condotte riparatorie. Se la prova va bene, il reato si estingue e non resta alcuna condanna. Si può ottenere una sola volta.
  • Particolare tenuità del fatto: se l’offesa è di minima gravità e il comportamento non è abituale, il giudice può dichiarare l’imputato non punibile.
  • Giustizia riparativa: in ogni fase del procedimento è possibile accedere a programmi di incontro e mediazione con la vittima, su base volontaria. Un esito positivo può essere valutato a favore dell’imputato.

Al momento della sentenza

  • Sospensione condizionale della pena: per le condanne fino a due anni, in presenza dei requisiti di legge, la pena non viene eseguita se nei cinque anni successivi non si commettono altri reati (due anni per le contravvenzioni).
  • Pene sostitutive: dopo la riforma Cartabia, il giudice può sostituire una pena detentiva breve con una sanzione diversa. Fino a quattro anni, la semilibertà o la detenzione domiciliare sostitutiva; fino a tre anni, il lavoro di pubblica utilità; fino a un anno, una pena pecuniaria.

Le pene sostitutive vanno chieste e preparate per tempo dalla difesa, ad esempio indicando un domicilio idoneo o un ente presso cui svolgere il lavoro di pubblica utilità.

Dopo la condanna definitiva

Se la pena da scontare non supera i quattro anni, in molti casi il pubblico ministero sospende l’ordine di carcerazione. Il condannato riceve un avviso e ha trenta giorni per chiedere al Tribunale di Sorveglianza una misura alternativa.

Le principali sono:

  • l’affidamento in prova ai servizi sociali, che consente di scontare la pena in libertà, rispettando le prescrizioni del giudice;
  • la detenzione domiciliare;
  • la semilibertà.

Il termine di trenta giorni è decisivo. Se non si presenta l’istanza, l’ordine di carcerazione viene eseguito. Alcuni reati di particolare gravità sono esclusi dalla sospensione automatica.

Cosa valuta il giudice

Il giudice considera la gravità del fatto, i precedenti, il comportamento successivo al reato, l’attività lavorativa, la situazione familiare e l’eventuale risarcimento della vittima. Un’istanza ben documentata, con un contratto di lavoro, un domicilio stabile e un percorso di reinserimento, aumenta di molto le possibilità di accoglimento.

In sintesi

Ogni fase offre un’occasione diversa, e alcune si perdono se non si agisce subito. Se hai ricevuto un avviso di conclusione delle indagini, una citazione a giudizio, una sentenza o un ordine di esecuzione, rivolgiti a un avvocato penalista senza attendere.

Lo Studio De Stefano & Iacobacci Avvocati, con sede ad Avellino in via Santissima Trinità n. 36, assiste imputati e condannati in ogni fase del procedimento penale e davanti al Tribunale di Sorveglianza.

Errore medico, quando si può chiedere il risarcimento

Errore medico: quando si può chiedere il risarcimento

Un esito negativo dopo un intervento o una cura non significa, da solo, che ci sia stato un errore medico. Si ha diritto al risarcimento quando il danno dipende da una condotta non conforme alle regole della buona pratica clinica: una diagnosi sbagliata o tardiva, un intervento eseguito male, un’infezione contratta in ospedale, un consenso informato mancante o incompleto.

Contro chi si agisce

La legge Gelli-Bianco (legge n. 24 del 2017) distingue due posizioni.

  • La struttura sanitaria, pubblica o privata, risponde secondo le regole del contratto. Il termine di prescrizione è di dieci anni.
  • Il medico dipendente della struttura risponde in modo più limitato, secondo le regole dell’illecito extracontrattuale. Il termine è di cinque anni, e per il paziente la prova è più difficile.

Per questo, nella maggior parte dei casi, conviene agire contro la struttura e la sua compagnia assicurativa.

Cosa bisogna dimostrare

Il paziente deve provare il rapporto con la struttura, il danno subito e il collegamento tra la prestazione sanitaria e il danno. Alla struttura spetta poi dimostrare di aver agito correttamente, o che il danno è dipeso da una causa imprevedibile e inevitabile.

In questa materia la prova passa quasi sempre da una consulenza medico-legale. Per questo è importante farsi seguire fin dall’inizio da un avvocato e da un medico legale di fiducia.

Il primo passo: la cartella clinica

Ogni paziente, o i suoi eredi, ha diritto di ottenere copia della cartella clinica. La struttura deve consegnarla entro termini brevi fissati dalla legge. È il documento da cui parte ogni valutazione: conviene richiederla subito, insieme a referti, esami e lettere di dimissione.

Il percorso obbligatorio prima della causa

Prima di fare causa per responsabilità sanitaria la legge impone un tentativo preliminare. Si può scegliere tra:

  • una consulenza tecnica preventiva, in cui un medico nominato dal giudice valuta il caso e le parti provano a conciliare;
  • una mediazione presso un organismo abilitato.

Spesso la consulenza tecnica preventiva è la strada più efficace: se il perito riconosce l’errore, la compagnia assicurativa è molto più propensa a trattare.

Quali danni si possono ottenere

  • danno alla salute, valutato in percentuale di invalidità permanente e temporanea;
  • sofferenza morale e conseguenze sulla vita quotidiana;
  • spese mediche sostenute e future, mancati guadagni;
  • in caso di morte del paziente, il danno subito dai familiari per la perdita del rapporto.

E il procedimento penale?

Se l’errore ha causato lesioni o la morte del paziente si può presentare anche una denuncia o una querela. Nella maggior parte dei casi, però, il risarcimento si ottiene in modo più rapido ed efficace in sede civile. La scelta va fatta caso per caso.

In sintesi

Prima di decidere se agire servono la cartella clinica e un parere medico-legale. Non aspettare troppo: col tempo le prove si disperdono e i termini corrono.

Lo Studio De Stefano & Iacobacci Avvocati, con sede ad Avellino in via Santissima Trinità n. 36, assiste pazienti e familiari nelle richieste di risarcimento per responsabilità sanitaria, in sede civile e penale.

Truffa online o phishing, cosa fare subito per recuperare i soldi

Truffa online o phishing: cosa fare subito per recuperare i soldi

Se ti hanno svuotato il conto con un SMS falso, una telefonata dalla “banca” o un falso annuncio online, le prime ore contano più di tutto. Muoversi subito e nel modo giusto aumenta molto le possibilità di bloccare le somme o di ottenere il rimborso.

Le prime cose da fare

  1. Blocca carte e accessi: chiama il numero ufficiale della tua banca, quello sul retro della carta o sul sito, e fai bloccare carte, home banking e app.
  2. Contesta le operazioni: chiedi per iscritto il disconoscimento di ogni pagamento o bonifico che non hai autorizzato tu.
  3. Chiedi il richiamo dei bonifici: se il denaro è appena partito, a volte la banca riesce a fermarlo o a recuperarlo.
  4. Conserva tutte le prove: SMS, email, numeri di telefono, screenshot di chat e siti, IBAN dei destinatari, estratti conto.
  5. Sporgi denuncia: alla Polizia Postale, anche online, o a qualsiasi ufficio di Polizia o Carabinieri.

La banca deve rimborsare?

Spesso sì. La legge sui servizi di pagamento prevede che, per un’operazione non autorizzata dal cliente, la banca debba rimborsare la somma in tempi brevi. Può rifiutarsi solo se dimostra che il cliente ha agito con frode o con colpa grave, ad esempio comunicando i propri codici in modo palesemente imprudente.

L’onere di provarlo è della banca, non del cliente. E le truffe più recenti sono spesso così sofisticate, con numeri di telefono falsificati e siti identici agli originali, che la colpa grave del cliente è tutt’altro che scontata.

Il termine per contestare un’operazione non autorizzata è di tredici mesi dall’addebito, ma conviene farlo subito.

Se la banca dice di no

Si può presentare un reclamo scritto alla banca e poi, se la risposta non soddisfa, ricorrere all’Arbitro Bancario Finanziario. È una procedura economica e relativamente rapida. In alternativa, o se le somme sono rilevanti, si può agire davanti al giudice.

La denuncia penale

Truffa e frode informatica, in molti casi, sono procedibili solo su querela della persona offesa, da presentare entro tre mesi dal momento in cui si è scoperto il fatto. Una querela ben scritta, con le prove ordinate e i riferimenti dei conti di destinazione, aiuta gli investigatori a seguire il denaro. Nel processo, poi, ci si può costituire parte civile per ottenere il risarcimento.

Attenzione alla seconda truffa

Dopo una truffa capita spesso di essere contattati da sedicenti esperti che promettono di recuperare i soldi in cambio di un anticipo. Quasi sempre si tratta di una seconda truffa. Diffida da chi chiede pagamenti anticipati o garantisce il recupero.

In sintesi

Blocca, contesta, conserva le prove, denuncia. Poi fai valutare la tua posizione verso la banca: molte richieste di rimborso respinte in un primo momento si possono contestare con successo.

Lo Studio De Stefano & Iacobacci Avvocati, con sede ad Avellino in via Santissima Trinità n. 36, assiste le vittime di truffe e frodi online nella querela, nei rapporti con la banca e nel processo penale.

Conviventi non sposati, quali diritti avete davvero?

Conviventi non sposati: quali diritti avete davvero?

Il convivente non sposato non è erede: se il partner muore senza testamento, non riceve nulla dell’eredità. È la sorpresa più amara per molte coppie, che spesso credono che anni di vita insieme bastino a tutelarle. La legge n. 76 del 2016 riconosce però alcuni diritti precisi, e altri si possono costruire con gli strumenti giusti.

Chi è “convivente di fatto” per la legge

Sono conviventi di fatto due persone maggiorenni unite stabilmente da un legame affettivo di coppia e di reciproca assistenza, non sposate né unite civilmente tra loro. Per provare la convivenza è molto utile la dichiarazione anagrafica al Comune di residenza. È un passaggio semplice, che molte coppie trascurano.

I diritti riconosciuti dalla legge

  • Salute: diritto di visita e assistenza in ospedale e di accesso alle informazioni sanitarie, come per un familiare.
  • Rappresentanza: ciascuno può nominare l’altro come proprio rappresentante per le decisioni sanitarie in caso di incapacità, e per le scelte su funerali e donazione degli organi.
  • Casa in affitto: se muore il convivente intestatario del contratto, l’altro può subentrare nella locazione.
  • Risarcimento: in caso di morte del partner per fatto illecito di terzi, ad esempio un incidente stradale, il convivente ha diritto al risarcimento del danno come un coniuge.

La casa di proprietà del partner defunto

Se muore il convivente proprietario della casa comune, l’altro può continuare ad abitarvi per due anni. Se la convivenza è durata di più, per un periodo pari alla sua durata, fino a un massimo di cinque anni. Se nella casa vivono figli minori o disabili, il periodo non può essere inferiore a tre anni.

Passato quel periodo, la casa resta agli eredi, che possono chiederne la restituzione.

L’eredità: serve un testamento

Senza testamento il convivente è escluso dalla successione. Con un testamento si può lasciare al partner la parte del patrimonio non riservata per legge ai familiari più stretti, come figli, coniuge o genitori. Anche la pensione di reversibilità, di regola, non spetta al convivente.

Se la convivenza finisce

Non esiste un assegno di mantenimento come nella separazione tra coniugi. Il convivente che si trova in stato di bisogno può però chiedere al giudice gli alimenti, per un periodo proporzionato alla durata della convivenza.

I problemi più frequenti riguardano i soldi versati per la casa intestata all’altro, i mutui pagati insieme, i conti e i beni comuni. In alcuni casi è possibile chiedere una restituzione, ma molto dipende dalle prove disponibili.

Il contratto di convivenza

La legge consente alle coppie di firmare un contratto di convivenza, con atto notarile o scrittura privata autenticata da un avvocato. Può regolare:

  • il contributo di ciascuno alle spese comuni;
  • la scelta della comunione dei beni;
  • la residenza della coppia.

È lo strumento più semplice per prevenire conflitti, insieme a un testamento ben scritto.

In sintesi

La convivenza tutela meno del matrimonio o dell’unione civile, ma molte lacune si possono colmare in anticipo. Una consulenza legale permette di capire, caso per caso, quali strumenti usare per proteggere il partner e i figli.

Lo Studio De Stefano & Iacobacci Avvocati, con sede ad Avellino in via Santissima Trinità n. 36, assiste le coppie nella redazione di contratti di convivenza e nelle controversie patrimoniali tra ex conviventi.

Separazione, a chi resta la casa e cosa succede ai beni

Separazione: a chi resta la casa e cosa succede ai beni

Nella separazione la casa familiare non è assegnata a chi ne è proprietario, né a chi ha “ragione”. Se ci sono figli, il criterio decisivo è il loro interesse a continuare a vivere nell’ambiente in cui sono cresciuti.

Con i figli: la casa segue i figli

L’articolo 337-sexies del codice civile stabilisce che il godimento della casa familiare è attribuito tenendo conto prioritariamente dell’interesse dei figli. In pratica, di solito la casa viene assegnata al genitore con cui i figli vivono in prevalenza.

Questo vale anche se la casa è di proprietà esclusiva dell’altro genitore. Il proprietario resta tale, ma non può abitarla finché dura l’assegnazione.

Senza figli: la casa segue la proprietà

Se la coppia non ha figli, o se i figli sono maggiorenni e autonomi, il giudice di regola non assegna la casa. Restano le normali regole: la casa è del proprietario, oppure, se è cointestata, dei comproprietari.

Quando l’assegnazione finisce

L’assegnazione non è per sempre. Può venire meno, ad esempio, quando:

  • il genitore assegnatario non abita più stabilmente nella casa;
  • i figli diventano economicamente autonomi o vanno a vivere altrove;
  • l’assegnatario inizia a convivere con un nuovo partner o si risposa, purché il giudice verifichi che la revoca non pregiudichi i figli.

La revoca non è automatica: va chiesta al giudice.

E il mutuo?

L’assegnazione della casa non cambia gli obblighi verso la banca. Se il mutuo è intestato a entrambi, la banca può chiedere le rate a ciascuno dei due. Chi paga anche la quota dell’altro può poi chiedergli il rimborso, salvo diversi accordi o diverse decisioni del giudice.

Comunione dei beni: quando si scioglie

Se i coniugi sono in comunione legale, la comunione si scioglie quando il giudice li autorizza a vivere separati o, nella separazione consensuale, con la sottoscrizione degli accordi. Da quel momento ciò che ciascuno acquista resta suo. I beni già in comunione vanno invece divisi, con un accordo o, in mancanza, con un giudizio di divisione.

Con la separazione dei beni, invece, ognuno resta proprietario di ciò che è intestato a lui. Restano da regolare i beni e i conti cointestati.

L’assegno per il coniuge

Sono due cose diverse:

  • nella separazione, il coniuge senza redditi adeguati può ottenere un assegno di mantenimento, se la separazione non è a lui addebitata;
  • nel divorzio, l’assegno ha una funzione assistenziale ma anche compensativa: tiene conto, ad esempio, delle rinunce professionali fatte per la famiglia.

In sintesi

Casa, mutuo, conti e beni comuni sono spesso il punto più delicato di una separazione. Un accordo ben scritto evita anni di contenzioso. Prima di firmarlo, o prima di lasciare la casa, è utile un parere legale.

Lo Studio De Stefano & Iacobacci Avvocati, con sede ad Avellino in via Santissima Trinità n. 36, assiste i coniugi nelle separazioni consensuali e giudiziali e nei divorzi

Affidamento esclusivo dei figli, quando si può ottenere

Affidamento esclusivo dei figli: quando si può ottenere

In Italia la regola è l’affidamento condiviso: anche dopo la separazione, entrambi i genitori restano responsabili dei figli e prendono insieme le decisioni importanti. L’affidamento esclusivo a uno solo dei genitori è un’eccezione, che il giudice dispone quando l’affidamento all’altro sarebbe contrario all’interesse del minore.

Affidamento e collocamento: non sono la stessa cosa

Molti genitori confondono i due concetti.

  • L’affidamento riguarda chi prende le decisioni di maggiore importanza: scuola, salute, educazione, residenza.
  • Il collocamento indica presso quale genitore il figlio vive in prevalenza.

Anche con l’affidamento condiviso, quindi, il figlio può vivere soprattutto con un genitore e vedere l’altro secondo un calendario stabilito.

In quali casi il giudice lo dispone

L’articolo 337-quater del codice civile non elenca i casi in modo rigido. Nella pratica, l’affidamento esclusivo viene disposto soprattutto in presenza di:

  • violenza, maltrattamenti o comportamenti pericolosi per il figlio o per l’altro genitore;
  • disinteresse prolungato, come il genitore che non vede il figlio e non contribuisce al suo mantenimento;
  • dipendenze o gravi difficoltà personali che impediscono di occuparsi del minore;
  • comportamenti che ostacolano in modo grave il rapporto del figlio con l’altro genitore.

La semplice conflittualità tra genitori, invece, di regola non basta. I giudici tendono a considerarla un problema da gestire, non un motivo per escludere uno dei due.

L’affidamento “super-esclusivo”

In alcuni casi il giudice può stabilire che un genitore prenda da solo anche le decisioni di maggiore interesse, senza doversi accordare con l’altro. È la soluzione più incisiva, riservata alle situazioni in cui la collaborazione tra i genitori è davvero impossibile e pregiudica il figlio.

Cosa serve per chiederlo

Le affermazioni generiche non bastano: il giudice decide sulla base di elementi concreti. Possono essere utili:

  • messaggi, email e altre comunicazioni tra i genitori;
  • documenti scolastici e sanitari;
  • eventuali denunce o provvedimenti penali;
  • relazioni dei servizi sociali o di una consulenza tecnica disposta dal giudice.

I figli che hanno compiuto dodici anni, o anche più piccoli se capaci di discernimento, hanno diritto di essere ascoltati nelle decisioni che li riguardano.

Attenzione alle domande infondate

Chiedere l’affidamento esclusivo senza validi motivi può ritorcersi contro chi lo domanda. La legge consente infatti al giudice di valutare il comportamento del genitore che propone una domanda manifestamente infondata.

In sintesi

L’affidamento esclusivo è uno strumento di tutela del figlio, non di rivalsa tra adulti. Prima di avviare una richiesta, o se l’altro genitore l’ha già presentata, conviene valutare con un avvocato quali elementi sono davvero rilevanti e come documentarli.

Lo Studio De Stefano & Iacobacci Avvocati, con sede ad Avellino in via Santissima Trinità n. 36, assiste i genitori nei procedimenti di separazione, affidamento e regolamentazione dei rapporti con i figli.

Chiamaci!