Gomorra, 18 anni di causa e un verdetto shock: quanto vale (davvero) un plagio da 10 milioni di copie?
di De Stefano & Iacobacci Avvocati
Immaginate di scrivere due articoli di cronaca per un giornale locale, di scoprire anni dopo che frasi intere sono finite — senza virgolette, senza il vostro nome — in uno dei libri più venduti della storia editoriale italiana, diventato film, serie tv record di ascolti e perfino spettacolo teatrale. Quanto pensate valga il vostro risarcimento?
La Cassazione ha appena risposto, dopo diciotto anni di battaglia legale: 10.000 euro. Sì, avete letto bene. E la storia di come si è arrivati a questa cifra è talmente assurda da sembrare uscita da un romanzo — magari proprio da uno di quelli scritti da Roberto Saviano.
Il collage nascosto in “Gomorra”
Tutto parte nel 2008. La Libra Editrice, piccola casa editrice campana che pubblica i quotidiani “Corriere di Caserta” e “Cronache di Napoli”, cita in giudizio Roberto Saviano e Mondadori davanti al Tribunale di Napoli. L’accusa: dentro “Gomorra – Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra” ci sarebbero interi passaggi di propri articoli di cronaca, riprodotti quasi parola per parola, senza mai citare né la testata né gli autori.
Non parliamo di ispirazione o di fatti di cronaca “nell’aria”: secondo la ricostruzione processuale, in almeno tre casi il testo degli articoli sarebbe finito nel romanzo con pochissime modifiche. Solo dalla undicesima edizione, dopo le prime proteste, Mondadori avrebbe aggiunto una citazione della fonte — ma solo per un singolo brano, lasciando tutto il resto invariato.
Un tira e molla tra tribunali durato quasi due decenni
Quello che segue è un autentico ping-pong giudiziario:
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2010 — Il Tribunale di Napoli respinge la domanda di Libra e, anzi, condanna l’editrice a pagare 5.000 euro a Saviano per una domanda riconvenzionale.
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2013 — La Corte d’Appello di Napoli ribalta tutto: riconosce la riproduzione illecita di articoli e condanna Saviano e Mondadori, in solido, a 60.000 euro.
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2015 — La Cassazione cassa la sentenza con rinvio: il criterio di calcolo del danno usato dai giudici d’appello non era quello giusto.
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2016 — Il nuovo giudizio d’appello riduce drasticamente il risarcimento a 6.000 euro, usando il cosiddetto “prezzo del consenso” (quanto sarebbe costato chiedere regolarmente i diritti).
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2021 — Nuova Cassazione, nuova bocciatura: i giudici dicono che si sarebbe dovuto tener conto anche degli utili realizzati da Saviano e Mondadori grazie al successo del libro, non solo del prezzo “teorico” dei diritti.
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2024 — Terzo giudizio d’appello: la Corte riconosce che “Gomorra” ha generato guadagni enormi, ma stabilisce che il contributo degli articoli copiati al successo planetario del romanzo è talmente minimo da giustificare comunque solo 10.000 euro.
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2026 — La Cassazione, con l’ordinanza appena pubblicata, chiude definitivamente la partita: ricorso di Libra respinto, la cifra resta quella. Diciotto anni, sei motivi di ricorso, tutti bocciati.
Perché una condanna così bassa, se “Gomorra” ha venduto 10 milioni di copie?
Qui sta il cuore (giuridicamente interessantissimo) della vicenda. I giudici hanno dovuto rispondere a una domanda tutt’altro che scontata: se in un libro plagi due articoli di cronaca, hai diritto a una fetta di tutti i guadagni miliardari che quel libro, il film, la serie tv e lo spettacolo teatrale hanno generato nel tempo?
La risposta della Cassazione è stata un secco no. Il principio applicato è quello della “disaggregazione degli utili”: bisogna isolare solo la percentuale di guadagno che deriva causalmente dal plagio, separandola da tutto ciò che è merito autonomo dell’autore. E secondo i giudici, il contributo di due articoli di poche righe — su un’opera di 330 pagine, diventata un fenomeno culturale globale — è pressoché irrilevante rispetto al lavoro di scrittura, rielaborazione e alla fama personale costruita da Saviano.
In più, la Corte ha ricordato che il risarcimento non poteva comunque superare i 60.000 euro fissati in una precedente sentenza mai impugnata da Libra: un tetto che, per una regola processuale (il divieto di reformatio in peius), nessun giudice successivo poteva più alzare.
La morale (poco romantica) della storia
Un caso da manuale di diritto d’autore che racconta anche qualcos’altro: quanto sia difficile, nel nostro ordinamento, trasformare in denaro contante il successo di un bestseller quando il plagio riguarda solo un frammento infinitesimale dell’opera. Chi si aspettava una mega-condanna milionaria alla “David contro Golia editoriale” resterà deluso: la giustizia, qui, ha preferito la chirurgia di precisione al colpo a effetto.
Diciotto anni, cinque sentenze, un principio di diritto europeo richiamato più volte, e alla fine tutto si è fermato a 10.000 euro. Se anche voi pensavate che “plagiare un bestseller” fosse automaticamente un jackpot risarcitorio, ora sapete che non è affatto così semplice.