Ranucci nel mirino: censura di Stato o giusta cautela? Quello che la legge dice (e i partiti no?)
a cura di De Stefano & Iacobacci Avvocati
Bombe, amicizie pericolose, l’intervento della Procura e la Rai che stacca la spina. Il caso che sta scuotendo il giornalismo italiano è anche una lezione di diritto che nessuno vi ha spiegato.
Sigfrido Ranucci è vittima di un attentato. Eppure, nel giro di pochi giorni, si è ritrovato al centro di un fuoco incrociato che definire “surreale” è poco: Fratelli d’Italia pronta a depositare un esposto in Procura, un deputato che lo vuole querelare per calunnia, e la Rai che stacca la spina alle repliche estive di Report proprio mentre lui chiede solo una cosa: fare chiarezza.
Cosa sta succedendo, in due righe.
Gli inquirenti indicano Valter Lavitola — amico di lunga data di Ranucci — come possibile mandante dell’attentato dinamitardo subito dal giornalista lo scorso ottobre. Un colpo durissimo per il conduttore, che continua a dirsi “stordito” e a credere nell’innocenza dell’amico. Ma la vicenda ha subito preso una piega politica: FdI presenterà un esposto per chiedere ai magistrati di indagare sui rapporti tra Ranucci e Lavitola, sospettando che alcune inchieste di Report sul “Sistema Lazio” fossero in realtà una vendetta di Lavitola contro chi, nella maggioranza regionale, gli aveva sbarrato la strada su alcuni progetti eolici. Il deputato Gimmi Cangiano, tirato in ballo da un servizio Report come possibile collegato alla bomba, ha annunciato querela per calunnia contro Ranucci.
Nel frattempo la Rai ha sospeso “cautelativamente” le repliche estive del programma: per la redazione è “una censura senza precedenti”, per l’azienda una tutela del marchio in attesa di chiarimenti.
Ranucci si difende senza mezzi termini: “Non esiste nessuna inchiesta di Report condizionata da Lavitola […] l’esposto di Fratelli d’Italia si basa su presupposti del tutto errati.”
E qui la legge dice cose che pochi spiegano davvero
1. Esposto ≠ denuncia-querela, e non è un processo. Un esposto è semplicemente un atto con cui chiunque — anche un partito politico — chiede alla Procura di verificare se ci siano i presupposti per aprire un’indagine. Non è un’accusa formale, non produce automaticamente un procedimento penale, e soprattutto non equivale a una condanna nell’opinione pubblica, anche se mediaticamente funziona come tale. Il problema è proprio questo scarto: nell’arena pubblica un esposto “pesa” come un’accusa, in tribunale vale come un punto di partenza che la Procura può archiviare in pochi giorni.
2. Il diritto di cronaca ha dei paletti precisi. Un giornalista può raccontare fatti scomodi, anche su politici e imprenditori, purché rispetti tre condizioni cardine elaborate da decenni di giurisprudenza: verità (anche putativa, se c’è stata diligenza nel verificare), interesse pubblico della notizia, e continenza (forma civile, non diffamatoria). Se queste condizioni sono rispettate, il giornalista è scriminato anche se il servizio danneggia la reputazione di qualcuno.
3. La calunnia è un’accusa pesante, e va provata. Il reato di calunnia (art. 368 c.p.) scatta quando qualcuno accusa consapevolmente un innocente di un reato che sa non aver commesso, o denuncia fatti che sa essere falsi. Non basta un sospetto o un’insinuazione: serve la prova del dolo, cioè che l’accusatore sapesse della falsità. Chi lancia una querela per calunnia “a scopo mediatico” rischia, se l’accusa si rivela infondata, di trasformarsi lui stesso in soggetto denunciabile per lite temeraria o addirittura calunnia inversa.
4. La Rai può sospendere un programma? Sì, ma con un limite. La Rai è un’azienda con un consiglio di amministrazione che ha potere di gestione editoriale, ma è anche un servizio pubblico soggetto a un obbligo costituzionale di pluralismo e imparzialità (art. 21 Cost., legge sul sistema radiotelevisivo). Una sospensione “cautelativa” senza un provvedimento disciplinare formale, senza una violazione contestata e in un momento di forte tensione politica, apre facilmente il fianco al sospetto di censura politica — sospetto che, non a caso, ha già raccolto la solidarietà dell’Ordine dei Giornalisti e dell’Usigrai.
In sintesi: qui si intrecciano tre piani diversi — quello penale (l’attentato e le sue indagini), quello politico (l’esposto e le accuse di FdI) e quello editoriale (la sospensione Rai) — che il dibattito pubblico tende a fondere in uno solo. Distinguerli è l’unico modo per capire davvero cosa rischia Ranucci, cosa rischia chi lo accusa, e cosa rischia — silenziosamente — la libertà di informazione in Italia.