LE GUERRE CHE NON FINISCONO: UCRAINA E MEDIO ORIENTE COME SPECCHIO DEL NUOVO DISORDINE MONDIALE
di De Stefano & Iacobacci Avvocati
I conflitti in Ucraina e in Medio Oriente continuano a occupare le prime pagine dell’informazione internazionale, ma il rischio crescente è che la loro persistenza finisca per normalizzarne l’esistenza.
Quello che inizialmente appariva come uno shock straordinario si è trasformato in uno sfondo permanente, quasi inevitabile, del panorama globale.
Eppure, proprio questa durata prolungata rivela molto più di quanto sembri sullo stato attuale del mondo.
La guerra in Ucraina, entrata ormai in una fase di logoramento, dimostra come i conflitti moderni non si risolvano più con soluzioni rapide o decisive. Le iniziative diplomatiche si susseguono, i vertici internazionali si moltiplicano, ma l’impressione dominante è quella di una trattativa perenne che non produce svolte reali.
Ogni attore coinvolto sembra più interessato a evitare una sconfitta simbolica che a costruire una pace sostenibile, e questo blocco reciproco prolunga il conflitto ben oltre le aspettative iniziali.
Nel frattempo, gli effetti della guerra si propagano ben oltre il fronte. L’Europa ne avverte il peso in termini economici ed energetici, mentre le grandi potenze globali testano nuovi equilibri di influenza.
L’Ucraina diventa così non solo un campo di battaglia, ma un banco di prova per la credibilità delle alleanze e per la capacità dell’ordine internazionale di reggere a una crisi prolungata.
In Medio Oriente, la situazione appare ancora più complessa.
Le violenze a Gaza e le tensioni regionali si inseriscono in un contesto storico segnato da conflitti irrisolti, rivalità religiose e interessi geopolitici sovrapposti. Ogni escalation sembra generare nuove fratture, alimentando un ciclo di azione e reazione che rende sempre più difficile distinguere tra difesa, ritorsione e punizione collettiva.
In questo scenario, il diritto internazionale e la tutela dei civili appaiono sempre più fragili. Le immagini che arrivano dai territori colpiti scuotono le coscienze, ma raramente si traducono in soluzioni politiche efficaci.
Il rischio maggiore è che la ripetizione dell’orrore produca assuefazione, riducendo la capacità di indignarsi e di pretendere responsabilità.
Il filo conduttore che unisce questi conflitti è il ritorno della forza come linguaggio dominante della politica internazionale.
La diplomazia non scompare, ma viene relegata a un ruolo secondario, spesso subordinato agli sviluppi militari. Questo slittamento segna una regressione rispetto all’idea di un ordine mondiale fondato su regole condivise e meccanismi di mediazione.
Le guerre in Ucraina e in Medio Oriente non sono eventi isolati o lontani. Influenzano le economie, modificano le rotte commerciali, incidono sui flussi migratori e ridefiniscono il concetto stesso di sicurezza. Ignorarle o considerarle come crisi croniche significa rinunciare a comprendere la direzione in cui si sta muovendo il sistema internazionale.